Sezione Live Reports
Rockharz 2016
a2016_09_04_05_00_53_951dacecbf1473d30a48fde31dbdd5c1_XL.jpg

Esistono festival di dimensioni esigue e non esattamente conosciuti al di fuori dei confini patroni che meritano rispetto, pur non macinando un altissimo numero di visitatori. Non solo esistono, ma si dotano di nomi di tutto rispetto nel running order e regalano un’ottima esperienza live.

 

 

Primo festival open air della stagione per me, questo Rockharz. Situato nella località di Ballendstedt, questo posto ha lo stesso appeal del villaggio dove vive mia nonna, circondato da campi e fattorie, dove il massimo che puoi incontrare è un allegro contadino col suo trattore. Qui, nel lontano 1993 viene data vita a questa manifestazione, che durante gli anni ospiterà nomi come Saxon, Kreator e Sepultura, per dirne solo alcuni, ma il festival difficilmente ha nomea al di fuori della Germania dell’Est. Io personalmente vengo a conoscenza dell’evento grazie a Bandsintown, e prima di subito cerco di accaparrarmi un ingresso.

 

Impiego il giovedì pomeriggio per arrivare a Ballendstedt, utilizzando i treni regi della Deutschbahn (costo del viaggio: 20 euro) e dividendo un taxi con due ragazze di Amburgo venute principalmente per i Saltatio Mortis e un padre con la figlia di 5,6 anni, alla sua prima esperienza di festival. Magari l’avessi avuto io un padre così, ma comunque….

 

Arrivo al festival intorno alle 8, vado in cassa e purtroppo scopro che c’è una ragazzina di 14 anni a dare i press pass, che ovviamente non parla inglese. Nel mio tedesco stentato (ringrazio la mia insegnante di corso per questo) riusciamo a intenderci e comincio a muovermi verso il campsite.

 

Mi accampo nell’ultimo buco disponibile, ma d’altronde siamo nel bel mezzo del primo giorno di festival, e con mia grande sorpresa scopro di non essere poi così tanto lontana dal palco. Srotolo la tenda (altro primato! mai stata così veloce) e vado verso l’area festival. Tutto è molto veloce, la solita perquisa delle borse, i simpatici tizi delle sigarette che cercano di stopparti per venderti un pacchetto di marca mai sentita prima, persino la gente accalcata davanti al maxischermo per assistere alla partita (sì lo so, c’erano gli Europei, ma seriamente, perchè mai venite a un festival allora?) non intralcia poi molto il mio percorso.

 

Ci siamo: primo gruppo del Rockharz 2016 per me sono i Gamma Ray. Una buona band che suona a orario da headliner e che intrattiene il poco pubblico (vedi partita) nonostante gli anni d’età. Un buon sottofondo per la mia cena a base di felafel e birretta. Nonostante l’apertura, i nostri vengono sorpassati dagli ASP, che con luci e pirotecnie fanno dimenticare la sconfitta della Germania a opera della Francia (nel frattempo la partita era finita, grazie a Dio).

 

Dopo due band così, e per colpa del gelo che mi sale dentro il maglione, decido di dirigermi verso la tenda per un veloce cambio d’abito, in attesa degli Enslaved. Come ogni volta, però, commetto l’errore di chiudere gli occhi solo un momento, stesa sul mio sacco a pelo. Mi sveglio dopo due ore con l’irrefrenabile desiderio di andare in bagno ed esco dalla mia tenda, dove scopro di essermi messa in mezzo a un gruppo di tedeschi che fa baldoria fra i festini privati dei diversi caravan. Dopo avermi offerto birra e caffè riesco a scappare verso i bagni e liberarmi di ogni pensiero, ma ormai il primo giorno del festival è ormai passato. Mi consolo chiaccherano con un iraniano trapiantato in Germania, studente di dottorato, che tra un pianto di disperazione e l’altro per aver perso nell’ordine 1. gli Enslaved 2. la giacca, cerca di convincermi ad andare al Party San Open Air ad agosto.

 

Stremata, alle tre e mezzo me ne vado a dormire. I miei vicini di tenda si sono già ritirati, ma ovviamente il caos intorno a me è a livelli altissimi e mi addormento per sfinimento.

 

ll venerdì mi sveglio boccheggiando dal caldo, come succede d’altra parte a ogni festival open air a questa parte in cui faccia più di 18° di media, e lancio il capo fuori dalla tenda. Ho una tecnica particolarmente intelliggggente: essendo io fondamentalmente ignuda durante la notte, e volendo continuare a dormire nonostante il mio temporaneo alloggio si trasformi in un forno, metto il cuscino e la testa fuori dalla tenda, scavando un ‘buco’ nella - chiamiamola così - porta della suddetta. Il risultato non e’ il massimo, considerando che sì, magari una mezz’oretta di sonno riesci pure a strapparla, poi ti rendi conto che sei in una specie di sauna e devi mollare.

 

La mia vicina di tenda, mossa a compassione nel vedermi strisciare come un verme in un buco, mi offre una tazza di caffè, che si trasformano in due, solo per alzarsi e andare in bagno e fare colazione, con un’altra tazza di caffè. A metà del mio terzo beverone, sono un po’ più pronta ad affrontare la mia prima intera giornata di Rockharz.

 

I tedeschi And Then She Came, derivazione dei Krypteria, aprono la seconda giornata del festival proponendo i brani del loro primo omonimo full-length. Nonostante l’efficace presenza della cantante tedesco-coreana Ji-In Cho e i brani piuttosto orecchiabili, il pubblico non sembra poi così partecipe. Forse l’orario, forse perchè poco conosciuti, ma gli sforzi che i nostri cinque mettono sul palco non sembrano ricevere grandi gratificazioni. Però Jin è carina, si muove bene e incita la folla: diciamocelo, quando c’è una bella ragazza sul palco, i metallari si sciolgono (o per lo meno, alcune parti di loro, ehm).

 

Se parliamo però di presenza del pubblico, andiamo peggio con i Suicidal Angels, band storica e neppure snobbata a essere sinceri, considerata l’ammontare del pubblico all’orario indecente dell’esibizione. Lo show è portato avanti con maestria dal carismatico cantante Nick Melissourgos, ma sul serio, a me viene da piangere a vedere la massa di persone davanti al palco che, nei migliori dei casi, muove la testa per vedere i capelli ciondolare davanti al viso. Eddai, dov’è finito lo spirito di un festival? I Suicidal sono dei grandi, pompano senza ritegno alla giusta velocità e non perdono un colpo.

 

Stesso problema per i Kampfar, il pubblico sembra mezzo morto e non comprendo perchè la gente si sforzi a venire sotto il palco quando potrebbero vedere benissimo un video su Youtube. In questo caso la band non colpisce neppure me: troppo teatrali e per questo, pesantissimi. Ne approfitto per mangiare e riposarsi, cazzeggiando fino alle 3 in attesa dei Der Weg in Einer Freiheit.

 

Possiamo aprire il capitolo interessanti scoperte: come ogni festival, ogni anno, mi ritrovo per caso davanti a una band semisconosciuta che merita. E’ in questo preciso istante in cui mi rendo conto che non e’ tutto mainstream, non è tutto un fare a gara a chi ha la maggiorparte della pelle coperta di piercing, non è solo copiarsi l’un l’altro nelle idee e proporre roba trita e ritrita giusto usando un diverso tipo di effetto sul pedale. C’è ancora qualcuno che sa fare magie, che ci mette passione e, fortunatamente, riesce ad emergere. I Der Weg Einer Freiheit sono una band di Würzburg, nel sud della Germania. Nati nel 2009, il progetto ha all’attivo tre album e alcuni Ep e sin dal 2014 sono sotto contratto con la prestigiosa Season of Mist. Il loro sound è un buon vecchio depressive black metal con idee interessanti e ben costruito, superveloce e con un pizzico di atmospheric alla Burzum di Fallen e che mi ricorda i loro connazionali Downfall of Gaia. Nel complesso portano a casa un bello show, pulito, suonato bene e nonostante il genere ostico (la maggiorparte del running order del Rockharz è costituto da band prog/heavy, vale la pena di accennarlo) la performance è seguita da un buon numero di persone attente.

 

Il pomeriggio passa in fretta, tra un pranzo e un’intervista, fino ad arrivare ai Satyricon. In tour per festeggiare il 25° anno dalla release di Nemesis Divina, i nostri arrivano sul palco piuttosto demotivati. Assistiamo più o meno a quello che è successo davanti ai Suicidal Angels, con la differenza che qui troviamo qualche persona che sa per lo meno i brani più importanti della loro carriera (e li canta… a caso). Ma rendiamoci conto: c’è generale disinteresse sotto lo stage. Il che mi fa incazzare non poco, considerando che la gente sotto le transenne potrebbe andarsene a…. bere una birra a uno stand e lasciarmi il posto, per dire. Satyr fantastico come sempre, regale, beneducato, un vero gentleman, ringrazia più e più volte la plebaglia, impeccabile e teatrale durante tutto lo show. Non ho fatto molto caso a Frost, ma non mi pare abbia fatto danni, anzi.

 

Poi, improvvisamente, il cambio di atmosfera. Immaginatevi, siamo ai gruppi di punta. Venerdì abbiamo i Knorkator e i Saltatio Mortis.
Prima di leggere questo paragrafo, vi consiglio di andarvi a vedere la pagina Wikipedia e qualche video dei Knorkator. Questo perché è limitante cercare di descrivere un gruppo demenziale a parole. E anche perché, veramente mi dovrei mettere a fare un commento su un tizio che sta nudo sul palco, a eccezione di un paio di mutande rosa? Io mi rifiuto.

 

I Saltatio Mortis sono la band che tutti stanno aspettando, me ne rendo conto dalla fiumana di gente che finalmente riempe il festival site. C’è una cosa che vorrei far notare sul Rockharz: si vede quando arriva il concerto di punta. Luci, fuochi d’artificio che escono dal palco, una scenografia decente, i volumi più alti fanno in modo di rendere l’esperienza eccitante, pure per chi non è un fan della band. Stesso discorso per gli Avantasia, un pochino più ‘tranquilli’ come effetti speciali, che compensano però con la meticolosa preparazione dello show: già dall’inizio della performance si sa che ci saranno degli ospiti importanti ad ‘aiutare’ il leader e fondatore della band Tobias Sammet nei vari brani della serata. Devo essere onesta, di quelli che non ho riconosciuto nessuno: Michael Kiske (ex cantante degli Helloween), Eric Martin (Mr. Big), Ronnie Atkins (Pretty Maids), Bob Catley e Jorn Lande hanno partecipato a questo live, e mi pare aver capito che fossero in tour estivo con la band.

 

Termino la serata in casa, con i Fleshgod Apocalypse. Come avranno fatto ad arrivare fin qui me lo sto ancora chiedendo. I Fleshgod partono nello stesso modo di sempre, con il soprano Veronica Bordacchini che entra con uno stendardo in mano, e scandisce la sua camminata con questo. Lo show è a un orario piuttosto tardo ma la notte inoltrata rende merito, creando l’atmosfera giusta per seguire il death melodico con gusto teatrale che da anni i nostri portano avanti. L’accoglienza è ottima e mi stupisco, che i nostri siano più famosi fuori che dentro Italia? Show ottimo che si chiude con la band che annuncia il loro primo eurotour da headliner. Una buona notizia, che mi accompagna fino alla tenda, a chiacchierare con i miei vicini, completamente sbronzi vista l'ora.

 

Sul sabato non avrei molto da raccontare: per me il bill era piuttosto noioso e ho passato grand parte della giornata a prendere il sole nell’area vip.

Inizio con i Lost Society, giovane thrash metal band finlandese con già una buona storia di release e concerti alle spalle. I giovani sanno bene come tenere il palco, anche se è mezzogiorno e il sole ci picchia in testa. Urlano, saltano e incitano, ma soprattutto fanno assoli da paura, insomma le chitarre le sanno usare.

 

Passo il resto del pomeriggio, come ho già detto, rilassandomi all’area vip, dove intrattengo conversazioni edificanti in tedesco(!), mangio e bevo. Forse mi appisolo anche a un certo punto. Assisto alla scena di un padre che dice alla figlia di non essere timida e parlare con il chitarrista dei Winterstorm (e capisco l’imbarazzo della ragazza, considerando quanto sia figo) e a qualche concerto a debita distanza. Poi, stanca di puzzare come una bestia da soma, vado a farmi l’unica doccia di questi tre giorni. Mezza fradicia mi dirigo verso la mia tenda per procedere alla mia vestificazione, quando incrocio due punkkabbestia di Madgeburgo che decidono che io sono la loro migliore amica e mi offrono birra. Passo il tempo alla loro terribile tenda, piena di rifiuti e mozziconi di sigaretta, finché è il turno dei Children of Bodom.

 

Nonostante non siano in tour, non siano in giro per festival, non stiano facendo un cazzo insomma, i nostri decidono di esibirsi qui. E ovviamente, voglia saltami addosso. Nonostante si veda che sono riposati e pronti, non hanno la benchè minima voglia di sbattersi, specialmente Alexi, che ogni volta che vedo mi sembra sempre più posh. Qualche pezzo recente, qualche pezzo un po' più vecchio, le solite hit come In Your Face e Hate Crew Deathroll.

 

Dopo i Children of Bodom rinuncio a seguire in particolare qualche band e mi limito a dare una sbirciatina alle bancarelle e a mangiare. Saluto i miei due amici punkabbestia e mi dirigo verso la tenda, per l’ultima birra con i miei vicini che, per la prima volta nella mia esperienza da festival, sono diventati una presenza costante, una piacevole compagnia.

 

In conclusione: il Rockharz è un piccolo festival, senza molte pretese, frequentato da fedelissimi e da persone fondamentalmente dell’area, con un bill non troppo pretenzioso e non proprio così sviluppato nei servizi (guardiamo ad esempio agli scarsi collegamenti fra la stazione dei treni e il campsite, e alcuna informazione in inglese). E' un festival per rilassarsi, a cui conviene andare quando si vogliono gustare le band in lista, senza aver problemi di troppa folla e troppo casino. Non so quanto convenga per chi abita in Italia venire qui nel bel mezzo del nulla, specialmente senza alcuna conoscenza del tedesco, ma -ehi- se vi piacciono le cose nuove e le avventure, perchè no?