Sezione Live Reports
Brutal Assault: day 2
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Il caldo si fa sentire fin dalle prime luci del mattino e ci svegliamo ad un orario improponibile, con le occhiaie ben marcate e la gola secca. Farsi una doccia la mattina non è una opzione valida, a meno di impelagarsi in code da un’oretta o due, quindi dopo una sosta nel parcheggio del Penny Market (ebbene sì, qui a Jaroměř c’è un Penny Market ed è assaltato da metallari famelici) entriamo nell’area festival intorno alle 11.


All’assurdo orario di mezzodì assistiamo allo show del trio brasiliano Nervosa. Band al femminile dedita a un thrash metal classico, direttamente da São Paulo, le nostre intrattengono una numerosa folla con una scarna line-up di quaranta minuti. Per numerosa folla intendo veramente numerosa, per lo meno ad un orario come questo: se vi capita di vedere le foto su Facebook ve ne potete rendere conto. A parer mio, questo è dovuto a due differenti motivi: la curiosità di vedere un gruppo di donne suonare un genere che non è gothic né rock scrauso e l’imponente carisma della leader Fernanda Lira. Nonostante poca gente le conoscesse vi è stato un certo coinvolgimento e parecchie persone sono volate sulle nostre teste. Non si vuole gridare al miracolo però: la chitarrista Prika Amaral è fornisce un’ottima base ritmica ma si perde negli assoli; la batterista Pitchu Ferraz sembra avere qualche problema alle pelli, ma porta avanti con coraggio il suo inconfondibile groove. Fernanda, pilastro portante sia nella musica che nell’aspetto scenografico dello show, ride e si diverte ringraziando il pubblico caloroso.


Un rapido giro all’Octagon per intervistare le Nervosa e prendo la scusa di andare a dare un’occhiata ai Vildhjarta. Gli svedesi propongono un repertorio prevedibile, culminante verso la fine con la famosa Dagger. Incomprensibili i dialoghi fra i due cantanti che paradossalmente sembrano estromettere il pubblico e dedicarsi a uno scambio di battute più adatto al bar che a un palco. Effettivamente il punto debole di questo sestetto sono le voci, che appaiono deboli e i due cantanti stanchi e fiacchi.


Provenienti da Lake Forest, in California, gli Horse the Band sono i prossimi della nostra particolare timeline. Band originale, con il suo sound che viene definito nintendo-core per via dei suoni di tastiera riconducibili ai vecchi videogame (vi ricordate di SuperMarioBros?). C’è molta meno folla rispetto all’esibizione precedente e i nostri concludono senza infamia e senza lode; unica nota piuttosto patetica, quando i nostri lasciano il palco e i fan chiedono il bis, è il tentativo del tastierista Erik Engstrom di richiamare gli altri membri della band. Niente da fare: se n’erano già andati nel backstage.


Hellhammer ci delizia di nuovo con la sua presenza comparendo con uno dei suoi side project più famosi: gli Arcturus. Sicuramente il più riuscito dei suoi progetti attuali, che porta in scena una sorta di avantgarde metal teatrale. Il cantante ICS Vortex è all’altezza delle aspettative, coinvolge il pubblico e crea una sorta di empatia, ma nello stesso tempo dimostra grande capacità vocali, esprimendosi con diversi registri e peccando solamente di debolezza nelle parti più acute (che di per sé è comprensibile, essendo comunque un vichingo di due metri). Nonostante la volatilità del service, che è riuscita a giocare con i volumi in maniera piuttosto…dinamica, facendo a tratti esplodere a tratti sparire la voce, i nostri rendono l’esibizione unica anche per l’aspetto estetico complessivo della band, ed è una gioia per la sottoscritta sentire Hellhammer spaziare su diverse dinamiche senza quel maledetto trigger che mette sempre quando suona con i Mayhem.


Verso sera il sole diminuisce la sua forza ma l’ondata di calore e di umidità non accetta a scomparire; purtroppo in luoghi come il Metalgate la cappa si fa ancora sentire. E’ la volta degli Atari Teenage Riot, trio digital hardcore tedesco che torna a solcare il medesimo palco del 2013. Alec Empire ci saluta così: ‘Abbiamo deciso di tornare al Brutal Assault dietro richiesta dell’organizzazione, che ci aveva precedentemente ospitato […] è un onore tornare qui a suonare, in questo luogo dove la musica underground è supportata […] non facciamo metal ma abbiamo collaborato con band come Slayer […] venendo qui vogliamo dimostrare il nostro sostegno alla scena metal mondiale’. Non è un mistero infatti che il Metalgate, palco laterale, piccolino e spesso dimenticato dalla maggiorparte della folla del festival, ospiti i gruppi e i progetti più particolari ed estroversi, molto spesso legati a sonorità diversissime e anni luce dal metal. E così il concerto si trasforma in un dancefloor piuttosto movimentato, con gente che salta da tutte le parti, stile biglie impazzite, e nonostante non ci siano schitarrate potenti o urla in growl la potenza della performance non ha niente da invidiare a concerti come quelli di Cannibal Corpse e Bloodbath.


E a proposito di concerti di alta caratura: passiamo a sonorità ben più congeniali allo spirito della manifestazione. I Bloodbath si presentano con nell’inconfondibile mise che li vede ricoperti di sangue. Nonostante il contrattempo che ha segnato uno stop della performance dovuto a un problema alla batteria, nel complesso gli svedesi rendono molto bene sul palco, un po’ per i settaggi audio, che rendono il suono molto particolare e più caratteristico rispetto alle altre band.


Ci aspetta il momento clou della giornata di giovedì, per non dire del festival: arriva l’esibizione dei Biohazard. Gli statunitensi vengono accolti da una fiumana di gente che riempie completamente la zona davanti alle mura della fortezza. L’esibizione rende la folla ancora più ingestibile, arrivando a vedere scene di persone fare crowdsurfing (piuttosto comune per i grandi concerti) e le transenne piegate (molto poco comune, anche al Brutal Assault). L’esibizione di per sé è un concentrato di hardcore punk ma con un influenza heavy, più dinamica all’inizio e un po’ noiosa nel finale, ma la pazzia dei membri dei Biohazard sembra rendere lo spettacolo entusiasmante per la folla, che neanche a dirlo è composta praticamente solo da autoctoni. I nostri, grazie a schitarrate e a inevitabili capitomboli sulle casse spia, riescono a guadagnare qualche decina di minuti sulla tabella di marcia, facendo slittare il resto della serata. Non è molto, ma anche questo fa capire quanto un gruppo è amato e richiesto in una manifestazione che ogni anno ospita più di 100 band.


Ed ora ecco una delle vecchie glorie: i Cannibal Corpse. Sebbene la folla si sia leggermente diradata (forse dirottati verso al Metalgate a vedere gli Amenra, forse per via dell’ora di cena) si entra nel vivo del death metal più violento e potente. I circle pit sono spinti all’estremo e la voce di Corpse Grinder è magistrale, come la sua performance, ma si nota il vuoto che c’è attorno, ed è un peccato perché è una buona esibizione, specialmente nelle prime canzoni.


Ormai siamo alle undici di sera, ma abbiamo ancora due ore prima di vedere i SunnO))). Il progetto dello statunitense Stephen O'Malley ha la fortuna di avere tra le mani il fidato Attila Csihar in occasione di questo festival, e noi abbiamo la fortuna di assistere alla performance di uno dei più controversi progetti sonori mai creati negli ultimi anni. I SunnO))), che prendono il nome dalla marca dei celebri amplificatori, vengono per lo più etichettati come puro rumore, antitesi di qualsiasi composizione musicale esclusivamente estetica. Ma il concept va oltre la creazione disturbante del puro noise, e ce lo dimostrano con una performance evocativa. Già la scenografia e terrificante: sette testate e dodici amplificatori racchiudono i musicisti, nessuna batteria o percussione; una chitarra, un basso e un synth delimitano la scena. I volumi vengono tirati su come mai accaduto prima a questo festival col risultato che le vibrazioni si sentono penetrare nella carne e sconquassano gli organi interni. Le luci si alternano lentamente in tonalità di bianco, celeste, blu, viola e rosso, riflettendo sull’ingente quantità di ghiaccio secco diffuso sul palco (e sulle prime file) per causare la nebbia artificiale che circonderà i musicisti. Attila compare con lo stesso saio degli altri, benedicendo noi tutti in una lingua macabra, per poi cambiarsi d’abito e trasformarsi in una repulsione futurista. Nel pubblico è possibile vedere gente in trance, o che dorme addirittura, e francamente non capisco come possa fare stando a pochi metri dal palco, dove non c’è niente che non subisce la violenza delle vibrazioni dei bassi. Fortunatamente esiste ancora qualcuno che aveva a cuore il proprio apparato uditivo, o semplicemente non capiva lo scopo di questa esibizione, e abbandona progressivamente il palco o si sposta in zone in cui è possibile ascoltare la musica senza farsi venire il mal di testa. In conclusione, il concerto dei SunnO))) è a metà fra l’essere interessante e lo sfiancante e gli ultimi commenti su questa strana esibizione ci accompagnano fino alla nostra tenda, dove si sente già russare..

 

Tutte le foto a cura di Vale