Sezione Live Reports
Sonisphere Festival 2015 - Summer Arena, Assago (MI) -02/06/2015
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Asfalto rovente ed organizzazione pessima versus buona musica e sano divertimento: chi sono stati i veri protagonisti del Sonisphere 2015? A giudicare dalla raffica di commenti pubblicati in Rete fin dalle prime ore del giorno successivo, i primi hanno stravinto sui secondi. E’ preoccupante che  la location oggettivamente disastrosa e cambiata all'ultimo momento abbia ottenuto più risalto rispetto alla performance delle singole band, che sarebbero dovute essere al centro di questo evento. Non lo chiamo volutamente con il suo nome perché è stato il concerto degli headliner travestito da festival: la stragrande maggioranza dei presenti è accorsa solo ed esclusivamente per rivedere i Metallica dopo la loro ultima apparizione milanese in occasione del Big Four 2011, riservando un’accoglienza ben più tiepida a coloro che li hanno preceduti sul palco. 

L’onore dell’apertura è affidato al metalcore degli inglesi HAWK EYES, seguiti dal post-grunge dei canadesi THREE DAYS GRACE e dall’hard rock degli statunitensi WE ARE HARLOT.

Intorno alle cinque è il turno dei GOJIRA, già supporter dei Metallica ad Udine nel 2012. I francesi ci regalano una delle performance migliori dell’intera giornata: pezzi come Ocean planet, Backbone, The axe, e la title-track di L’enfant sauvage vengono eseguiti con grande precisione da una band ormai rodatissima dopo quasi vent'anni di attività. I fratelli Duplantier e soci concludono con Vacuity, tratta dall’album "The way of all flesh" del 2008 e perfetto esempio del loro death metal assolutamente atipico in cui innovazione, tecnica e profondità del songwriting riescono a mantenersi ad alti livelli. Veramente bravi, da rivedere al più presto in separata sede e con più tempo a disposizione.

Circa mezz’ora dopo arriva il turno di un’altra band di spessore, che nei suoi quasi venticinque anni di carriera ha saputo spaziare dal thrash metal più classico a suoni sempre più estremi. I MESHUGGAH attaccano con Rational Gaze, per poi focalizzarsi unicamente su due album della loro discografia più recente: da "ObZen" vengono eseguite la title-track, Future breed machine e la conclusiva Bleed; dall’ultimo "Koloss" Do not look down e Demiurge play. Il micidiale muro sonoro creato da Haake, Hagström, Thordendal e Lövgren viene penalizzato da un Kidman un po’ sottotono, dalla qualità non ottimale dell’audio e dalla proposta tutt’altro che easy-listening per un pubblico sempre più accaldato e distratto. Tutto ciò non sposta di una virgola il valore degli svedesi, per i quali vale il medesimo discorso già fatto per i Gojira.

Si cambia totalmente registro quando salgono su un palco molto flower power i FAITH NO MORE capitanati dall’istrionico Mike Patton. La band, fresca di pubblicazione del non eccelso "Sol invictus" dopo lunghi anni di silenzio, ne propone subito l’incazzosa Motherfucker per poi sparare subito due pezzi da novanta di "Angel dust", pubblicato nell’ormai lontano 1992: la funkeggiante Be aggressive seguita dai riffoni di Caffeine. I californiani danno poi un breve assaggio di altre release significative della loro discografia, da "King for a day" (The gentle art of making enemies), ad "Album of the year" (Last cup of sorrow, Ashes to ashes) passando per "The real thing" (Epic). Le continue frecciatine di Patton condite da insulti in italiano non sortiscono però l’effetto desiderato sulla maggior parte del pubblico, che non sembra comprendere il fatto di trovarsi di fronte ad una band dalla storia lunga ed importante nonostante la dubbia simpatia del frontman. Con We care a lot i Faith no More concludono il loro show risultando i veri pesci fuor d’acqua del Sonisphere e pagando ancora di più rispetto alle altre band l’attesa ormai febbrile per i METALLICA.

Deve passare ancora un’ora e un quarto prima che nell’aria si diffondano le note dell’immancabile The Ecstasy of Gold di Morricone, ma poi nel giro di pochi istanti la scena è tutta per i Four Horsemen. L’attacco di Fuel è micidiale e fa trasparire una band in gran forma proprio come quattro anni fa, ma in realtà non è proprio così: già su For whom the bell tolls e Metal Militia si percepiscono un Hetfield affaticato che cede più volte il microfono al pubblico e un Ulrich non esattamente preciso. Dopo questo flashback rispettivamente nella perfezione di "Ride the lightning" e nella furia distruttrice di "Kill’em all", è ora la volta del terzo pezzo da novanta della discografia dei Metallica: "Master of puppets", da cui viene ripescata Disposable heroes allungata sul finale da un evitabile solo di Hammett; la successiva The Unforgiven II è invece tutta per Hetfield e la sua chitarra ritmica. Dopo le trascurabili Cyanide e Lords of Summer non può mancare la prima incursione in quell’album con la copertina nera che nell’ormai lontano 1991 ha fatto da spartiacque della carriera dei Metallica, rappresentato dalla classicissima Sad but true.

Un’altra presenza tutt’altro che scontata nella setlist è invece The frayed ends of sanity, uno dei pezzi più ostici di "And justice for all" che anche in sede live si dimostra difficile da assimilare ma soprattutto tristemente sconosciuto a molti. Dal medesimo album segue One, senza dubbio uno degli highlight della serata in quanto ad esecuzione. Siamo ormai al giro di boa, ma i Metallica hanno ancora delle ottime cartucce da sparare: l’energia pura di Master of Puppets e Fight fire with fire viene però intaccata da ulteriori cedimenti da parte di Hetfield a cui si aggiunge un altro assolo-riempitivo di Hammett. C’è un ultimo attimo di tregua con Fade to black prima del boato finale di Seek and destroy con un Trujillo da applausi.

Naturalmente nessuno crede al finto saluto di Hetfield, che pochi istanti dopo ricompare attaccando Creeping death seguita dalla calma relativa della celeberrima Nothing else matters. La fu opener del "Black Album" viene scelta per chiudere, questa volta sul serio: sulle note di Enter sandman “la luce se ne va, entra la notte”.

Non è bastata una scaletta che ha cercato furbescamente sia di strizzare l’occhio ai fan di nuova generazione che di sorprendere lo zoccolo duro tirando fuori dal cilindro nientemeno che The frayed ends of sanity, Metal Militia e Disposable heroes: dopo due ore e un quarto tirate, l’impressione è stata quella di aver assistito ad uno show molto inferiore a quello di quattro anni fa, quando i Metallica davvero “non avevano fatto prigionieri”...ogni riferimento al nemico/amico Dave Mustaine è puramente casuale.