Sezione Live Reports
Brutal Assault: Day 3
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Il Brutal Assault, come del resto festival di grande rilevanza, non è solo il modo migliore di vedere un buon numero di band eccellenti in un periodo limitato di tempo, ma dà anche la possibilità di conoscere band emergenti di cui altrimenti ignoreremmo l’esistenza. E’ il caso dei Cripper, band tedesca dal marcato sound thrash metal, nata nel 2006 e con all’attivo quattro album e l’ultimo, Hyëna, in uscita. Capitanata dall’affascinante e demoniaca Britta, i nostri suonano per una buona mezz’ora sotto il sole cocente e sebbene l’orario piuttosto ostico sono supportati da un discreto numero di persone. Nuova e interessante scoperta, questi Cripper: la performance della band di Hannover è di ottima qualità, estremamente energica e potente, sostenuta dalla voce della cantante che si sente in maniera chiara anche senza l’ausilio di effetti particolari nel microfono.

 

Edizione fortunata questa: quattro giorni ininterrotti di sole fin dal principio, a esclusione di una leggera pioggerellina al nostro arrivo che ci aveva fatto temere la catastrofe. Come tutte le cose però anche questa porta i suoi lati negativi e così ci ritroviamo inaspettatamente abbronzate ma purtroppo affannate per colpa del caldo.

 

Intorno alle quattro e mezza troviamo il coraggio di affacciarci alla luce del sole per gustarci l’unica band italiana del running order di questo diciannovesimo Brutal Assault: i Fleshgod Apocalypse. I nostri si presentano vestiti di tutto punto, con eleganti completi macchiati di sangue e circondati da immagini nel più terribile stile mitologico. Gli Apocalypse, recentemente messi sotto contratto dalla Nuclear Blast, suonano un death sinfonico e accattivante ben accolto dal pubblico sottostante. Purtroppo i magheggi sempre più folli dei fonici non ci permettono di sentire sia il piano sia la voce della corista, caratteristiche importanti nel gruppo che ci fanno perdere il gusto della performance. Un vero peccato, considerando le potenzialità di questo gruppo.

 

Passiamo ai Six Feet Under, altra eccellente performance. Chris Barnes sembra notevolmente sciupato (colpa degli anni che avanzano?) ma con la stessa voce e la stessa energia di sempre. Altro discorso per il resto del gruppo, al top della forma e protagonisti di una mezz’ora di fuoco (il circle pit risulterà uno dei più attivi del BA). Unica pecca: nella scaletta proposta si notano dele grandi assenti, ad eccezione di Seed of Filth. Come mai?

 

Lasciamo i Six Feet Under per dirigersi per la prima volta al terzo palco, più defilato, del Metalgate Stage a vedere i The Ocean. Loic Rossetti e compagnia sono sempre gli stessi, la performance è curata e impreziosita dalle immagini in tonalità fredde che scorrono nello schermo dietro di loro, nel buio del padiglione. Sorprendente è lo stage diving di Loic, preso miracolosamente dal suo pubblico ma non così compatto da assicurargli una dolce caduta.

 

Non aspettiamo neanche la fine che ci dirigiamo allo Jägermaister Stage per assistere al The Devin Townsend Project. Dopo gli anni degli Strapping Young Lad mi ero persa parecchio di quest’uomo, perciò scusate la mia sorpresa quando, al posto di un elfo demoniaco, mi trovo davanti un ragioniere in vacanza. Come sappiamo bene, però, conta più la sostanza dell’apparenza ed egli non ci delude, mai. Questo piccolo uomo dal grande carisma e dall’innata bravura ci trasporta in un’atmosfera estremamente epica, quasi catartica. Devin ammalia tutti con la sua voce e la sua musica, supportata da esecutori dall’altissima professionalità e dalle immagini futuristiche che scorrono sullo schermo posto fra i due palchi principali.

 

Fra un video di galassie lontane e immagini di codici cifrati ci spostiamo verso le due teste di drago, posizionate ai lati del Metalshop Stage per gli Amon Amarth. Band clou del festival, forse più di Slayer e Venom messi assieme, considerando lo show completamente sostenuto dal pubblico e visibilmente connesso con il cantante Johan Hegg. Gli Amon Amarth aprono la performance con canzoni piuttosto recenti tanto per lasciare il meglio alla fine, Twilight of the Thundergod e the Pursuit of Vikings. Veramente stupefacente la risposta del pubblico e il circle pit, senza contare gli effetti speciali e fuochi d’artificio forniti dalla manifestazione. Immancabile un grandissimo martello di Thor in mano al carismatico leader che strappa urla di gioia fra i fan più sfegatati. Insomma, uno show veramente esplosivo.

 

Il palco si spopola dopo questo concerto. Sarà l’ora tarda, sarà che gli Shining non sono di facile ascolto, sicuramente non aiuta la batteria che perfora le orecchie e la tastiera che, insieme al sassofono, è inesistente nelle casse. Purtroppo senza questi elementi la performance è piatta, cantilenante e fastidiosa: un vero peccato per una band con un’ottima carriera alle spalle.

 

Possiamo all’ultimo gruppo della sera: i Combichrist propongono, in sede live al Brutal Assault, una scaletta metal di marcata ascendenza industriale, tratto caratteristico del combo dissonante e pesantissimo. La band non resta ferma un minuto e a tratti vira pesantemente verso momenti di pazzia, con il batterista che lascia la sua postazione per lanciare bacchette e bottiglie d’acqua in testa ai sottoscritti e il chitarrista che si lancia in uno stage diving improvviso. Insomma, la fine di un’altra delirante giornata.

 

Tutte le foto a cura di Vale