Sezione Live Reports
Brutal Assault: Day 2
a2014_10_01_10_00_34_brutal.jpg

Dormire durante un festival come il Brutal Assault è un’impresa epica. In particolare, le cose che interrompono i miei sogni durante la notte del primo giorno sono due: il caldo insopportabile creatosi all’interno della nostra tenda (cattiva locazione della nostra dimora) e le urla disumane degli ubriachi che cominciano a moltiplicarsi velocemente già alle prime luci dell’alba.


Iniziamo la giornata con una frugale colazione a base di caffè freddo, panino al formaggio e Texas in July. I ragazzi, originari di Eprhata in Pensylvania, danno sfoggio di un metalcore energico ed accattivante dando dimostrazione di tenere bene il palco, aiutati dalla ritmica incessante delle chitarre e dalla saltellante performance del bassista. Sembrano volerci dire ‘Ehi, siamo qui’, i Texas in July: dopo un paio d’anni di assenza (il nuovo album, Bloodwork, è in uscita in questi giorni) e un cambio di lineup che coinvolte il cantante e il chitarrista, i nostri vogliono dimostrare quanto valgono, aizzando il pubblico evitando giusto per un pelo il wall of death (probabilmente per il dopo sbronza del pubblico, insomma è ancora troppo presto per dare il meglio di sé, per di più sotto il sole cocente!).


Altri americani e più o meno lo stesso discorso con i Iwrestledabearonce che si dimostrano più forti che mai on stage dall’ormai lontano cambio di formazione. Crysta LaPlant possiede una spiccata somiglianza con la figlia di Ozzy Ousborne (almeno da quello che vediamo in distanza), e nonostante gli ancheggiamenti piuttosto ridicoli e goffe spaccate in aria è simpatica e coinvolge il pubblico dimostrando un’assoluta padronanza vocale. Subito dopo il famoso intro di ‘Jump’, preso in prestito dai sempiterni Van Halen, gli Iwrestledabearonce occupano la loro mezz’ora di concerto proponendo pezzi famosi, come Tastes like Kevin Bacon, e gli ultimi successi (You Know That Ain't Them Dogs' Real Voices), suonati nel loro tipico stile mad/math core con inserti elettronici, jazz e chi più ne ha più ne metta.


In attesa delle band della sera ci riposiamo in una zona recentemente aperta al pubblico del Brutal Assault: l’Octagon. Questa parte della fortezza, dalla caratteristica forma ottagonale che le dà il nome, ospita un bar con ampia zona ristoro in stile ‘segreta del castello’, il meet and greet dove gli artisti più o meno famosi firmano autografi, l’area stampa che ci fornisce un po’ di ristoro fra un concerto e l’altro, e un paio di mostre di quadri. Oggetto di tale mostra sono le opere di Axel Herman, i cui principali temi possono essere ricondotti alla morte, che appare costantemente scheletrica, e al mondo diabolico, contrapposto ai temi religiosi. I materiali che egli predilige sono principalmente olio su tavola o carta e un paio di tele, e i colori utilizzati sono essenzialmente caldi, legati all’immaginifico dell’argomento. Lo spazio espositivo è strutturato in nicchie e le luci sono organizzate in maniera tale da creare delle zone d’ombra e relativi punti luce, per ricreare un’atmosfera mistica e drammatica allo stesso tempo. Infine, tra i tratti principali dell’opera di Herman può essere evidenziata una vasta collezione di figure umane e animali incorporate alla natura e ai paesaggi cupamente dipinti che ne contraddistinguono il particolare stile. Axel Herman è ricordato inoltre come artista e grafico e sempre nel monografico a lui dedicato sono presenti alcuni degli atwork di copertine più famose per gruppi come Morgoth, Iced Earth e Sodom.


La prima serata inizia sotto al Jägermaister stage per assistere alla performance dei Bring Me the Horizon e dello stilosissimo Oliver Stykes. Sotto il palco è pieno di fangirls e teenagers perciò potete bene immaginare come si riduce la performance: non sono mai stata a un concerto degli One Direction, ma penso che il risultato sia più o meno lo stesso. Scherzi a parte, lo show si dimostra potente ed è contraddistinto da un’ottima performance vocale; gli strumenti sono ben bilanciati nei volumi e i membri della band si dimostrano dinamici, in movimento fin dall’inizio alla fine. Come già accennato il pubblico è veramente carichissimo e partecipa dalla prima all’ultima canzone, senza dimenticare una parola. Tutt’altra cosa l’esibizione degli Obituary, che risulta in qualche modo più calma, più tiepida, da vecchia scuola, ben suonata e con una partecipazione ben più matura del pubblico.


Non ci soffermiamo molto su di loro, preferendo concentrarci su i pesi massimi della serata, ovvero gli Slayer. Come per i Venom, il festival sembra ad un certo punto spegnersi e convogliarsi verso il loro palconscenico, con la gente si accalca in attesa della performance. Si vede che gli anni passano, a volte: i nostri sembrano un po’ fuori forma... Gary Holt dà filo da torcere come al solito ma in Dead Skin Mask assistiamo a un bel po’ di casino, con un tempo inizialmente più veloce del previsto e successivamente rallentato per tornare alla versione originale. Non si evidenziano intoppi degni di nota e il pubblico è felicissimo e partecipe. Posso pure vedere, con un po’ di stupore devo ammetterlo, famiglie intere con bambini al seguito intente ad ascoltarsi con trasporto i nostri beniamini.


Non aspettiamo la fine della perfomance e ci spostiamo al Metal Stage per i Children of Bodom. I finlandesi appaiono al top, poco alcolici (chitarrista permettendo, ma Roope Latvala ci piace così) e intenzionati a fare bella figura. Nonostante la tracklist improntata ai vecchi pezzi il pubblico non sembra poi così convinto, anzi delude parecchio anche la band, Alexis Lahio in primis. Sono al terzo live di questa ormai storica band, e non avevo mai visto un pubblico meno coinvolto nonostante l’alta qualità del concerto.  Il tutto scorre fin troppo liscio, a parte qualche incidente di percorso da parte del nostro Roope, mascherato dal potente muro di suono del resto della band, con Alexi e Janne come al solito superlativi nei loro virtuosismi. Unica pecca forse, più dovuta al concept del festival piuttosto che ai nostri, è il dover fare tutto e subito per via del tempo risicato, senza pause, senza interazione con la gente, rendendo tutto più ‘freddo’.


La stanchezza si fa sentire ma non demordiamo, abbiamo ancora due grandi band da vedere. Passiamo allo Jägermaister stage con gli Architects. In attesa del nuovo album degli inglesi, la cui data è prevista a novembre, ci godiamo uno show molto intenso, con un doppio incredibile e un gruppo estremamente dinamico. La gente comincia a mancare nell’area festival, ormai il pienone non si può più fare, ma comunque assistiamo a un circle pit bello carico e a gente che balla da sola, illuminata dalle strobo delle impalcature.


Dulcis in fundo arrivano i Katatonia: mi ero aspettata uno show da capogiro, magico come questa band, anche perché di performance non ce ne sono state molte in questo periodo. Purtroppo noi (e loro) siamo obbligati a un’attesa estenuante per via dei molteplici problemi tecnici, inqualificabili per un festival del genere: si parla di ben 15 minuti di attesa su uno show di 30 minuti (poi diventati 40 per rispetto del pubblico e della band). Costretti a scusarsi ripetutamente col pubblico e ad accorciare la tracklist, i Katatonia sono un po’ giù di tono, appaiono abbattuti in un certo senso. I problemi continuano pure durante lo show, e questo mette in difficoltà i nostri, freschi freschi di un nuovo membro della lineup, ma fanno la gioia degli ultimi rimasti a quest’ora tarda della notte. Grandissima emozione, almeno per la sottoscritta, sentire finalmente live brani come Forsaken, Soil’s Song e My Twin, anche se con pessime equalizzazioni e amplificatori impazziti. Al termini dello show posso allegramente concludere la serata con il solito giro di birra, ripensando alla giornata appena trascorsa. Che vi devo dire, sono una romanticona.

 

Tutte le foto a cura di Vale