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recensioni04/11/2014A cura di: Serena
White Empress
Rise of the Empress
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Tracklist

  • 1. Rise of the Empress
  • 2. The Congregation
  • 3. A Prisoner Unleashed
  • 4. Darkness Encroaching
  • 5. Sven's Tower
  • 6. Erased and Rewritten
  • 7. The Ecstatic and the Sorrow
  • 8. Dethroned
  • 9. Obsession with the Empress
  • 10. Ours to Burn

Genere

Metal

Etichetta

Peaceville Records

Voto

7 su 10

Quando Paul Allender, chitarrista dei Cradle of Filth, decide di trasferirsi in America ha subito una nuova idea per una band: si può riassumere così l’inizio dei White Empress, nati nel 2013 con l’attivo un Ep omonimo e un album, Rise of the Empress, di cui tratteremo in questa recensione.


Questo album non si è fatto mancare niente. Partiamo dalla sezione ritmica, estremamente amalgamata e sufficientemente variegata da non risultare particolarmente riconducibile ad un preciso genere (dal black al death fino all’hardcore punk, in alcuni brevi punti). Chela Harper (ex bassista dei Coal Chamber, di cui effettivamente ricordo ancora alcune sue discrete performance) e Zac Morris non mollano un bpm e creano un muro di suono costante che riempie e sostiene il resto del gruppo. Le chitarre, le cui linee sono create in maniera da risultare oscure ma allo stesso tempo pregne di atmosfere epiche, sono opera del sopracitato Allender e Jeremy Kohnmann, illustre sconosciuto ma capace e convincente col suo strumento. Le keyboards di Will Graney ne rifiniscono le sonorità rapsodiche, e ne riesce a dosare la quantità in maniera tale da non renderle eccessivamente barocche o inutilmente traboccanti. Un buon risultato anche per la vocalist Mary Zimmer (in arte, of course, White Empress), che cerca di spaziare fra un growl purtroppo molto editato, una voce teatralmente impostata che a tratti sembra urlare le parole (e svuotare la linea melodica) e infine un cantato clean che le rende merito.


Rise of the Empress può essere tranquillamente accostato al tipico stile dei Cradle of Filth. D’altronde si può capire che l’ideatore dei White Empress, dopo quasi vent’anni di militanza nel progetto di Dani Filth, ne ha assorbito le influenze principali. Sicuramente Rise of the Empress può esser considerato uno spin-off migliore di quello che aveva creato la Sarah Jezebel Deva con gli Angtoria (finito poi giustamente nel dimenticatoio), tuttavia non sento di gridare al miracolo. Un buon prodotto, ma vedremo se resisterà nel tempo.