Sezione recensioni
recensioni21/02/2010A cura di: Lilou
Die transfer
Plastic Machine
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Tracklist

  • 1.
  • 2. dark place
  • 3. the villain
  • 4. sunrise
  • 5. changing our ways
  • 6. love you shave you loose you

Genere

Rock

Etichetta

Autoprodotto

Voto

7/10
Band neonata, concepita dallo scioglimento dei “The Wetfinger operation” e “Moofloni”, esordisce con un EP pensato e sviluppato in pochi mesi.
Si tratta di un progetto coraggioso, appassionato e indubbiamente da apprezzare.

Partiamo dalla musica. Già dalle prime note della traccia iniziale i Die transfer ci dicono in quale zona del rock vogliono essere situati: nella new wave/neo-psichedelica/post punk che ha gli Interpol come suoi più promettenti porta bandiera. Un misto tra il rock dei Cure, dei The smiths e dei Placebo, solo musicalmente parlando. Un rock sempre attuale, affascinante e coinvolgente.

La musica è il fattore forte e predominante dell’EP. Il problema, a mio avviso, sta nella voce. Una voce molto fine anni ‘70, quella voce che quasi stenta ad uscire dalle labbra e che a volte sembra distaccata dalla base musicale. Può essere una questione di gusti e si tratta sicuramente di una scelta di stile, ma sarei curiosa di sentila più poderosa, più graffiante, che non si faccia sopraffare dalla musica insomma. Forse è un problema di registrazione, perché a volte le parole non sono sempre chiare e comprensibili.

I pezzi sono comunque molto belli, segnalo Love you shave you loose you, bella anche la traccia nascosta che segue e Dark place, molto atmosferica, se così si può dire.
Aspetto con impazienza di sentire le prossime produzioni che so non stenteranno ad arrivare a breve, visto che sono riusciti a sfornare queste cinque belle canzoni in così poco tempo. Si sono uniti nell’estate 2009 e hanno autoprodotto e pubblicato l’EP a novembre dello stesso anno.

Altra cosa che mi incuriosirebbe, messaggio che allargo a tutte le band emergenti, sarebbe quello di poter sentire le stesse canzoni in italiano. L’italiano è una lingua melodica, poetica e ricca, non per niente la maggior parte delle grandi opere letterarie del mondo sono scritte in lingua italiana… L’uso dell’inglese non sempre aggiunge quel “qualcosa in più”, anzi, spesso lo toglie.